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martedì 1 maggio 2012

Chiara Lecca

Ammetto: per quest'artista provo un sentimento di attrazione e repulsione allo stesso tempo.
Chiara Lecca l'ho conosciuta qualche hanno fa quando sono andata a visitare una sua mostra personale. L'ho anche incontrata personalmente: è una ragazza minuta e molto bon ton ed immagineresti qualsiasi cosa tranne che passi il suo tempo ad imbalsamare orecchie di coniglio e a rimestare tra interiora animali.
In quanto persona molto sensibile ai temi animalisti, vegetariana, etc. questa produzione artistica dovrebbe farmi solo orrore, e devo dire che in parte è così... benché l'artista affermi che nessun animale è stato ucciso per produrre le sue opere e che anzi venga data nuova vita a scarti dell'industria alimentare (anche se su alcune cose qualche dubbio ce l'ho), tuttavia si tratta pur sempre di un utilizzo che contribuisce ad alimentare la catena di sfruttamento dell'uomo sul mondo animale e se il coniglio morto non mi piace nel piatto, figuriamoci al museo.
Domestic Economy

Dal'altra parte, però, non mi sento di affiancare questa produzione a quella di Damien Hirst, che mi fa letteralmente vomitare e che fa parte, secondo me, di tutto quel filone di artisti che hanno poco da dire ma vogliono solo lasciare lo spettatore a bocca aperta e far parlare di sé (credo che Hirst tra poco metterà sotto formaldeide anche sua nonna).
Nelle opere di Chiara Lecca le parti animali sono un elemento che ha un suo preciso fine di riscrittura della realtà e di riconduzione dell'uomo al suo essere animale, aspetto spesso negato e vanamente mascherato.
In "Domestic Economy" l'interno borghese, che si rivela essere costituito da scarti animali (orecchie, code, feci), rappresenta benissimo questa dicotomia tra quello che vogliamo essere e quello che siamo.



2 pensieri:

Riccardo Arnaldi ha detto...

Anch'io la ricordo al Mar. La mia amica (che pur capisce o tenta di capire l'arte) era inorridita/shockata, io in qualche modo affascinato. Sai che sono vegetariano, animalista eccetera eccetera, però, come dici tu, Chiara Lecca è particolare. Effettivamente dubito come potessero essere scarti dell'industria le inquietanti pelli di serpente che si muovevano, ma almeno tutto il resto lo era inevitabilmente. Ciò che credo è che non si dovrebbe nemmeno aver bisogno di dare una vita agli scarti, perché non dovrebbero nemmeno esistere, ma essendo semi-impossibile, trovo giusto (e quasi bello) che venga dato loro un senso, se non altro è un "rispetto" verso la morte. Odio gli artisti che usano animali a caso, stile Cattelan o Hirst. Capisco che la mucca, il cavallo o i 123456789 piccioni della Biennale potessero essere morti già prima, ma la "poesia" (tra molte virgolette) è ben diversa da quella della Lecca. L'animale nell'arte, anche se ormai è quasi cosa banale, riesce sempre a shockare, e mi sembra un mezzo troppo facile e cruento per toccare lo spettatore. Sinceramente, alla biennale (non so se l'hai vista), mi hanno toccato molto di più le scale della Bonvicini o la stanza illuminata di Turrell. Insomma, nella mostra più ILLUMInante dell'arte contemporanea, sono riuscite ad entrarmi dentro molto di più opere "normali", che non le "stupidaggini" che s'abbandonano all'effetto speciale più banale per colpire. Fine della mia arringa, perdona se mi son dilungato.

Hutck ha detto...

Sono assolutamente d'accordo con te, altro artista che mi ha stancato (benché apprezzi alcune sue opere) è cattelan: ultimamente la voglia di stupire sormontava le idee vere e per fortuna se n'è accorto anche lui :-)